domenica 6 novembre 2011

Raccolta differenziata porta a porta


-Nonna no!
-Che c’è?
- Non puoi buttare le bucce di banana dentro il sacchetto blu! Quello è solo per la plastica e per le lattine!

-Ma tu non ce l’hai la fidanzata?

La domanda di nonna Peppa era in realtà un’espressione educata che significava “fatti gli affaracci tuoi”. E per sottolineare quanto la mia spiegazione l’avesse impressionata, ficcò dentro il blu anche una vecchia tazza di porcellana sbeccata che girava da anni per la cucina. Poi si guardò intorno insoddisfatta finché il suo sguardo non si posò sullo zerbino di corda intrecciata dell’ingresso, quello a forma di gatto con sopra scritto “Benvenuti”.

-Ma si può sapere cosa stai facendo?-sbottai, vedendo che si accaniva a pigiare nel sacchetto anche il tappetino.
-E che ce vo’, una laurea pe’ capirlo? Sto a mette la monnezza sbagliata nel sacchetto blu!
-E perché, di grazia?
-Perché mi ha detto la Carla che stasera passano i vigili a fare controlli qui, sulla nostra via.
-E lei che ne sa?
-Come che ne sa? Non ti ricordi che suo nipote è fidanzato con quella che fa le pulizie nella caserma?
-Ah! Allora sì che è una notizia sicura!
-Sicura, sicurissima!
-Ma pure il quaderno di ricette di mamma ci butti?
-Eh, tanto tua madre non sa cucinare…
-Io però ancora non ho capito perché vuoi che i vigili ci facciano la multa.
-E mica lo voglio lasciare di fronte a casa nostra, che so’ scema? Io voglio lasciarlo di fronte a casa della Tilde.

Ah, ecco spiegato il mistero. La Tilde!
La Tilde aveva ballato un valzer insieme a nonno Rolando durante la festa dell’Unità del 1952 e questi, avvinazzato come pochi, le aveva stampato un bacio sulla bocca di fronte a tutto il quartiere.
Da allora nonna Peppa la odiava con tutta se stessa.
E devo ammettere che la Tilde dal canto suo le rendeva facile il compito: ogni volta che la incrociavamo al supermercato quella, anche se vecchia cucca e costretta ad appoggiarsi al bastone, si dava certe arie!

-Ma nonna- sospirai, guardandola chiudere il sacchetto da cui ormai usciva di tutto –non sarà ora che la perdoni?
-Perdono un corno! Tieni!- esclamò, mettendomi il sacchetto in mano. -E non farti vedere eh!
-Ma come???? Perché devo farlo io????

E così eccomi a girare, furtivo come un ladro nella notte, nei pressi della casa della vecchia Tilde, con un sacchetto blu colmo di tutto tranne che plastica e lattine, a maledirmi per non essermi fatto davvero gli affari miei.

-Che fai?- mi chiese una voce proprio mentre mi decidevo a lasciare il fagotto.
Era Rossana, la nipote adolescente di Tilde, che mi guadava incerta.

-E tu?- le risposi, indicando il sacchetto blu che reggeva e dal quale sporgeva una pianta di ficus ancora verde.
Intuii che anche la Tilde aveva conoscenze nell’impresa di pulizie della fidanzata del nipote di Carla.
-Dovevo lasciarlo di fronte a casa tua…- confessò Rossana, diventando tutta rossa.

-E adesso che facciamo?- chiesi rendendomi conto che i sacchetti sballati a questo punto erano DUE!

-Beh…-azzardò la ragazzina con uno sguardo pestifero - in fondo alla via ci sarebbe la casa di quella strega della professoressa di matematica…

domenica 17 aprile 2011

Una gradita ospite

Sono molto contenta di ospitare nel mio blog un raccontino della mia amica

Elena Pigliacampo

che convincerò prima o poi a diventare internauta, aprire un blog, scrivere un romanzo, fondare una casa editrice e prendere l'aereo.


IL GROSSO SACCHETTO DI PLASTICA

di Elena Pigliacampo



L’immagine riflessa allo specchio suscitò in lei un certo disappunto.

Si allontanò di qualche passo, inclinò la testa da un lato, e poi dall’altro; e ancora profilo destro, profilo sinistro. Provò a sorridersi, si guardò con fare seducente lanciandosi baci; si avvicinò così tanto alla superficie di vetro, da schiacciarsi il naso. Fece delle smorfie.
Indietreggiò, e scuotendo la testa con fare isterico esclamò “ Che orrore!”.
Il faccino che tanta ammirazione provocava tra i sui amici e che le aveva fatto guadagnare il titolo di “Reginetta Acqua e Sapone 2005” alla festa della scuola, ora si presentava deturpato da un gigantesco, rotondo, paio di occhiali rosso fuoco. I bellissimi occhi verdi, ormai inghiottiti dalle lenti si erano trasformati in due informi ed inquietanti occhi di insetto. Non si era mai sentita così brutta in vita sua!

Una settimana prima, quando sua madre aveva insistito per portarla a fare l’annuale controllo oculistico dal dottore, non poteva certo immaginare la tragedia che di lì a poco l’avrebbe colpita.
“Tre gradi e mezzo!” aveva esclamato quello, con il suo solito fastidioso sorriso.
Le parole le riecheggiavano ancora in testa a distanza di giorni, come se l’uomo dal camice immacolato le avesse or ora pronunciate,una sorta di malefico verdetto. E il verdetto in effetti c’era stato, chiaro e senza possibilità di essere frainteso: o gli occhiali, subito, o la cecità, intesa non nel suo significato più tragico, ma come sgradevole sensazione di non riuscire a cogliere pienamente la realtà in torno a sé. In altre parole era miope.
“Me misera” continuava a ripetere, consapevole che mai avrebbe accettato la sua condizione di “diversa”. Ma anche se il corpo si ribellava alla volontà della padrona, una cosa era certa. Non poteva rischiare. E su questo non si discuteva. Insomma, era più che ovvio che non si nasceva con un viso come il suo, per poi portarlo in giro mascherato da Frankenstein. La sua reputazione, la sua stessa vita erano in pericolo, e chiunque si sarebbe reso conto che era tempo di agire repentinamente. Bisognava al più presto trovare una soluzione.
Lo spirito di Jane Austin si impossessò di lei e come una Elisabeth Bennet dei giorni nostri, decise che non si sarebbe lasciata sopraffare dal destino, avrebbe lottato per la sua sopravvivenza in questo mondo spietato e sarebbe rimasta la beniamina di tutti.
Per farla breve, non avrebbe portato gli occhiali. In fondo era facile. Bastava seguire alcune regole fondamentali e non transigere.
Primo: strizzare continuamente gli occhi, distendendo gli angoli della bocca quanto basta a dare l’impressione che si stia sorridendo a qualcuno.
Secondo: distogliere il meno possibile lo sguardo dalla porzione di terreno che si sta calpestando, e cioè accertasi che i piedi avanzino l’uno dietro l’altro con disinvoltura.
Terzo: non abbandonare mai e per nessuna ragione al mondo il braccio di un’amica.
Niente di più semplice.
Se avesse sospettato che anche in questo caso il destino aveva in serbo per lei ben altre sorprese, il mattino seguente se ne sarebbe restata a casa.
Dopo aver superato brillantemente la prova di strizzo e sorriso, ed aver sfoggiato un’andatura da star aggrappata ermeticamente a un braccio amico; ammirata dagli sguardi estatici dei suoi compagni di scuola, stava accingendosi ad entrare in classe, quando la sua attenzione venne completamente catturata da una presenza insolita nel lato opposto del cortile.
Probabilmente il ragazzo più carino su cui avesse mai posato gli occhi!
All’improvviso tutto intorno a lei perse di significato. Gli amici, la reputazione, gli occhiali… tutto svanito in un attimo.
La cosa fondamentale, ora, era andare a conoscere il nuovo ragazzo che se ne stava appoggiato al muro, in un angolo, muscolo palestrato, vestito di bianco e talmente alto che non finiva più. Con scatto felino si sganciò dal braccio di sostegno, ormai privo di sensibilità, e prima che qualcun’altra prendesse l’iniziativa, galoppò spinta dall’amore verso lo sconosciuto gridando in modo che tutti potessero sentire “Vuoi uscire con me?”.
Ma non ricevette alcuna risposta, perché, si sa, i sacchi di plastica di solito non parlano, e i grossi sacchi di plastica bianchi appoggiati alle pareti poi, sono i più schivi di tutti.

mercoledì 6 aprile 2011

Vanier n° 5

Ottoparole (suggerite da anneheche): sesso, lampada, fiori, profumo, sole, vento, mare, Alessandra.

Per quanto assurdo possa sembrare, perdere l'uso delle gambe fu per il ragionier Vanier una vera e propria benedizione.
Dopo una vita passata a compilare registri (per volontà di sua madre buonanima) quell'invalidità al cento per cento, quella tragedia, si rivelò la sua fortuna.
Primo perché con il risarcimento dell'assicurazione lasciò l'odiato lavoro e realizzò il suo sogno: aprire un negozio di profumi. Non una banale profumeria, intendiamoci, ma un vero e proprio laboratorio erboristico vecchio stile con credenze stipate di essenze, fiori essiccati, oli, polveri e spezie, dove creare per ciascuno un effluvio personalizzato.
Secondo, e cosa più importante, perché con la perdita delle gambe il signor Vanier aveva acquisito un potere magico: gli bastava chiudere gli occhi, concentrarsi un paio di minuti e il profumo dentro l'ampolla diventava speciale.
Se per esempio qualcuno chiedeva: -Vorrei un profumo di sole...- lui alambiccava una mezz'ora con i suoi ingredienti, poi si rintanava nel suo angolo preferito, quello vicino alla lampada Belle Epoque, chiudeva gli occhi, pensava intensamente al bel sole estivo delle sue vacanze di ragazzo in Emilia e badabum... il profumo si scaldava e trasmutava in una fragranza impossibile da creare, un aroma che sapeva di calore, di mare, di sabbia, vento e anni sessanta. Quasi pareva di percepire, lontano, nelle note di fondo, la vecchia crema abbronzante di sua zia.
Era come se tutto il suo vissuto, tutti i suoi ricordi si rovesciassero in quell'ampollina.

Ovviamente la sua bottega andava a gonfie vele e c'erano fior di prenotazioni per avere la propria boccetta personalizzata.


Solo una volta la magia fallì.
Fu quando arrivò la signora Rossella, quella che tutto il quartiere chiamava Rossella la Budella, e gli chiese con aria complice e ammiccante :
-Profumo di sesso, per favore!
Il signor Vanier mancava di qualsiasi tipo di esperienza diretta sull'argomento e non aveva alcun ricordo al quale appellarsi per scoccare il suo incantesimo. Allora chiuse gli occhi, sforzandosi di trovare un ricordo adeguato, qualcosa che ci andasse anche solo un po' vicino. Pensa che ti ripensa le uniche due cose che gli vennero in mente furono un saggio che aveva letto in gioventù, “Il sentimento amoroso in relazione all'arte culinaria” (in cui si sostenevano le numerose affinità tra sensualità e cibo) e subito dopo, di conseguenza, il pranzo di nozze della sua procace cugina Alessandra.
La boccetta tra le sue mani divenne calda, segno che un briciolo di magia si era irradiata e, anche se non troppo convinto, diede l'ampollina alla signora Rossella.
Il giorno dopo la comare tornò ma invece di reclamare, come lui effettivamente si aspettava, quella esclamò entusiasta:
-Il suo profumo è una cosa strepitosa!
-Veramente?- chiese Vanier meravigliato.
-Sìsì. Appena l'ho messo ho sentito una specie di... come potrei dire...un languorino e poi signor Vanier ah... è salita su una voglia di far bisboccia come non ce l'avevo da anni e alla fine la testa mi girava come se fossi stata ubriaca di champagne!
-Lambrusco- puntualizzò lui.
-Solo non capisco una cosa...

-Che?
-Al momento clou mi è parso come di sentir gridare “Viva gli sposi”!

domenica 20 marzo 2011

La stufa

I signori Bionducci erano degli ecologisti militanti: mangiavano macrobiotico, vestivano fibre naturali, votavano contro il nucleare e riciclavano la spazzatura con precisione quasi maniacale. Mai era capitato che la carta oleata finisse nel sacchetto dell'umido, o che un barattolo di vetro non venisse separato dal suo coperchio di plastica per trovare entrambi la fine nel giusto bidone!
Lei seguiva con passione corsi dal titolo: "I fiori di Bach ci salveranno dalla sindrome di Sthendal" oppure "Lo Yin e lo Yang a confronto: quale forza sovrasta le vostre costellazioni familiari?".
Il marito invece assillava il libraio del paese alla ricerca di pubblicazioni introvabili con titoli tipo: "Tesla l'aveva capito, arrivateci anche voi!" oppure "Istruzioni semplici e veloci per costruire il vostro cronovisore casalingo".
Il massimo della soddisfazione lo raggiunsero il giorno in cui comprarono una stufa ecologica alimentata a mais.
Era quanto di più pionieristico fossero riusciti a concepire nel campo delle energie alternative: un combustibile alimentare, pulito e sano. Avevano perfino riadattato la caldaia dell'acqua, così da fargli sostituire anche lo scaldabagno. Insomma, una cosa fenomenale, da quando l'avevano vista alla fiera dell'edilizia se ne erano innamorati e non parlavano d'altro. Avevano fatto una testa così a tutti i vicinati. Che venissero in massa a vederla in funzione il giorno dell'istallazione, che si rendessero conto di come poteva essere il futuro, altro che le loro stufette puzzolenti a cherosene o peggio ancora quelle sanguisughe elettriche.
E così in quel pomeriggio di ottobre, forse anche perché il freddo era arrivato presto, a casa dei Bionducci si radunò mezzo quartiere, tutti curiosi di vedere come funzionava- e quanto scaldava- questa fantomatica stufa a mais.
Eccola lì, tutta luccicante, nel posto d'onore del salone.
-Assomiglia alla vecchia stufa a ghisa di zia Luisa- diceva la signora Corallini.
-Ah! Ma questa è tutta un'altra cosa -rispondeva la signora Bionducci, passando tra gli ospiti con un vassoio pieno di tartine e crudité. -Gradisce un crostino al tofu?
-No, no grazie!
Il signor Bionducci arrivò tenendo in spalla un grosso sacco di iuta che aprì con gesto plateale. Dentro i chicchi di mais splendevano come milioni di grani d'oro.
-Zitti tutti e guardate!- annunziò stipando palettate di mais dentro la cabina di combustione. Nel silenzio più assoluto accese un quadratino di paraffina e lo buttò nella stufa che dopo neanche un minuto si accese senza problemi.
-Vedrete- gongolò la signora -andrà in temperatura in pochi istanti.
Effettivamente la bocchetta dell'aria calda cominciò a spargere un venticello tiepido, quasi fosse stato chiamato dalla sua voce.
Nel salotto si alzò un mormorio di assenso stupito, tanto più animato quanto più la stufa si scaldava velocemente.
-Ma è una meraviglia!
-Eccezionale!
-Gradite una tartina al seitan?-Incalzava la Bionducci col vassoio.
-Beh, quasi quasi...
In quel momento dalla stufa cominciò ad alzarsi un sinistro brontolio, che gelò la conversazione.
Lo strano rumore fu interrotto da uno scoppietto, piccolo ma preoccupante, al quale ne seguì subito un altro, e dopo poco un altro ancora.
-Ma è normale?- chiese la Corallini titubante.
-Ci sarà pericolo?-Insistette la vecchia Isolina, presenza storica di tutti gli eventi del rione.
-Non saprei...-ammise la Bionducci, mentre il marito provava a dare qualche pacca alla bocchetta di sfiato dell'aria calda.
-Qua sembra tutto a post...-stava dicendo, quando dalla pancia della stufa proruppe una gragnola di colpi simili a quella di una mitragliatrice scatenata.
Fu il panico: tutti scapparono a destra e sinistra tra strilli e sturbi mentre una pioggia di bianchi proiettili bollenti li faceva schizzare dalle poltrone.
Le comari saltavano dalle sedie come se avessero avuto le molle al deretano, Isolina tirava fendenti a destra e sinistra col bastone, i Bionducci si ripararono dietro la teca del giardino zen.
Ci vollero giorni per capire cosa era accaduto ma alla fine la verità saltò fuori. Niente guasti, niente malfunzionamenti, niente cecchini. Più semplicemente la ditta fornitrice del mais aveva confuso la consegna per i signori Bionducci con quella per la Multisala lì vicino recapitando loro per sbaglio cinque quintali di mais da pop corn.

martedì 8 marzo 2011

La boutique

OTTO PAROLE (suggerite da Elena Pigliacampo): pecora, rum, cattedrale, occhiali, pungitopo, finestra, allergia, lettera.

Al centro di Montegattonero c'era la boutique di Graziano Mazzaferro.
Sua madre aveva lavorato tutta la vita alla fabbrica di camicie giù a valle e ora che era pensionata il figlio la teneva nel retrobottega a cucire abiti da cerimonia da lui disegnati.
Un osservatore attento avrebbe potuto notare degli strani piccoli dettagli poco incoraggianti: una stola su un manichino vagamente simile ad una pecora scuoiata, il gabardine che dava allergia come neanche i pollini di maggio o il rosso Valentino degli abiti da gran sera, un rosso che virava scomodamente verso il pungitopo dopo un quarto d'ora che lo avevi indossato, quando appunto cominciavi a sentirti pungere da tutte le parti. Ma a Montegattonero una boutique non si era mai vista e la gente era di bocca buona così gli affari di Graziano tiravano avanti.
I veri problemi sorsero quando venne in visita al paese il nuovo vescovo. Sì, perché il negozio si chiamava "La cattedrale della moda" e quando il prelato posò il suo venerando sguardo sull'insegna gli occhiali d'oro gli saltarono dal naso e quasi gli prese un colpo. Si scagliò con una filippica che neanche il Papa dalla finestra di Piazza San Pietro le aveva fatte mai. Che vergogna, accostare un concetto sacro come quello di "cattedrale" con la moda, quale eresia!
Per evitare le antipatie dei paesani Graziano decise di cambiare nome all'attività e scelse una cosa moderna e internazionale, efficace e all'avanguardia: "Mazzaferro Show Room".
Forse era un po' troppo all'avanguardia visto che Sandrino Berti quando ricevette l'ordine telefonico per la nuova insegna non ci capì un'acca e dopo una settimana fece recapitare il cartello nuovo, con sopra scritto "Mazzaferro Show Rum".
Graziano, inviperito, fece una telefonata di fuoco.
-Oh Berti! So' Graziano, quello della boutique!
-Ah Graziano, come va l'insegna?
-Fa schifo! Sei un ignorante! Hai scritto Rum, e che vendo io, i liquori?
-Ma che ne so io di che cosa vendi tu! Mi hai chiesto rum, e io ho scritto rum!
-Rum inglese, no italiano!
-Per me può essere pure australiano, tanto sono astemio.
-Ohè, io quell'insegna non la pago, capito? O me la correggi, oppure non sgancio una lira.
-Te la correggo, e che ce vo'? E' solo una lettera, non ti incazzare!
-Devi scrivere Show Room con la doppia “o” perché è inglese!
-Sì,sì.
Ma il Berti di inglese conosceva solo la zuppa, come dimostrò la seconda insegna: "Mazzaferro Sciò Rom".
Graziano se la tenne, a fronte di un forte sconto e anche se non ottenne quell'aura metropolitana che agognava non ebbe mai più problemi con gli zingari.

giovedì 10 febbraio 2011

L'etimologia secondo Octave Sulpicius Newkid




OTTO PAROLE (suggerite da Anna Mignani): fantasma, collana, funerale, ragazza, venti, fiori, diamante, zia.

Mi chiamo Octave Sulpicius Newkid e come tutti sanno da bambino fui protagonista, insieme a mia zia Nicoline Savoy, del periglioso ritrovamento del diamante Gorgeous Splendor. Quelle mirabolanti avventure sono ormai note a tutti gli abitanti del regno ma stasera racconterò a lor signori un singolare ed inedito episodio accaduto a me e alla zia Savoy mentre ci trovavamo nella giungla.
Mi è tornato alla memoria per questa moda che sta dilagando nella capitale, lo spiritismo. Non c'è ormai dama che non abbia allestito nel suo salotto una qualche seduta spiritica e chi ha potuto assistere avrà notato che l'oggetto privilegiato per queste cacce al fantasma è una tavoletta chiamata ouija. Non dovete credere, come si dice, che il nome della tavoletta derivi dal francese "oui" e dal tedesco "ja". Questo nome ha origini molto più remote, come ho avuto modo di vedere io stesso tanti anni fa.
Quella volta io e la zia, dopo giorni di disagi e peregrinazioni, giungemmo in un villaggio di indigeni ospitali a lei già noti. La cosa che più la rallegrava era rivedere un suo vecchio amico, lo sciamano Grande Anima, la cui fama copriva giungle, savane e anche un pochino di basse praterie.
Ma al nostro arrivo scoprimmo che proprio in quel momento si stava celebrando il suo funerale e gli indigeni acconsentirono a farci assistere in virtù di quella loro antica amicizia.
Il corpo giaceva su una pira di giunchi che probabilmente di lì a poco sarebbero stati arsi, lì accanto una ragazza con il volto dipinto di rosso, il colore del lutto, cantava una nenia ossessiva mentre attorno a lei un cerchio di donne inginocchiate batteva ritmicamente le mani a terra.
Ci fu spiegato che la ragazza era l'unica figlia dello sciamano e che da quel giorno in poi ella avrebbe preso il suo posto.
Mise al collo del defunto una graziosa collana variopinta e ne chiesi il perchè.
La collana era chiamata ouija ed era intrecciata con venti tipi di fiori diversi. Quando l'anima sarebbe giunta di fronte alla Grande Belva che custodisce l'ingresso al Paradiso questa, placata dal profumo dei fiori, avrebbe fatto passare lo spirito del defunto.
La ragazza stava ormai per dar fuoco ai giunchi quando accadde qualcosa di incredibile.
Il corpo dello sciamano si mosse.
-Prodigio!- gridarono le donne.
-Grande anima, sei tornato!
-Ma come è possibile? Sei morto da due giorni!
Grande Anima si sedette. Guardò la ghirlanda al suo collo e sorrise.
-La Belva ha il raffreddore. Dice di riprovare un'altra volta.